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Dai balliamo un blues

Io l’ho sempre saputo ma leggendo sul web ho capito che questo non è chiaro a tutti ovvero: il blues si balla.
Ovviamente basta cercare sul web qualche video di Juke Joint o di blues club americani per rendersi conto di questa evidenza. Si vedono infatti a fronte palco molti ballerini di blues. Ma questa cosa è sfuggita o è stata messa in secondo piano rispetto alla musica suonata.
Da noi per anni ha imperato la salsa o il merengue, al limite il Boogie, recentemente il country ma non il blues, anzi quest’ultimo è stato spesso additato di essere un genere noioso e di scarso appeal.
In realtà il movimento del blues da ballo ha iniziato a prendere piede da una decina d’anni (considerando anche due anni e mezzo di COVID), ed in Europa vanta un alto numero di festival. Festival in cui trova spazio il live.
Potrebbe sembrare un dettaglio ma non lo è, la convivenza tra i due approcci, quello d’ascolto e quello da ballo rappresenta un serbatoio di pubblico che può garantire la sopravvivenza di una manifestazione.
D’altro canto gli organizzatori spesso non si rendono conto di quanto un evento possa rappresentare un Flop se non adeguatamente targettizzato o raccontato. Non basta più che un musicista sia bravo per riempire un teatro, deve essere anche attrattivo.
La questione del ballo Blues mette a nudo un altro aspetto: non tutti i locali che fanno live hanno i permessi per fare anche ballare. Sarebbe come fare una serata di musica latina e chiedere alle persone di NON ballare.
Certo il blues ha vissuto di pubblico d’ascolto fino al giorno prima, ma ha col tempo accusato un drastico calo di questo tipo di pubblico.
Le ragioni sono molteplici, linguistiche in primis, poi anche il crollo del mito americano ha fatto il resto.
Comunque le prime avvisaglie del fenomeno della blues dance come novità capace di coinvolgere anche i ranghi del live le ho avute un paio d’anni fa quando il bluesman padovano Claudio Bertolin è stato chiamato ad accompagnare una serata di ballo Blues al Radio City Music Hall.
Serata organizzata dalla stessa compagnia di ballo (una bella novità).
In seguito anche lo Spirit de Milan, il Count Basie a Genova, poi a Bologna, poi a Rimini in un crescendo di occasioni per i ballerini Blues.
Ascoltando le registrazioni delle serate mi era chiaro che la musica che i musicisti proponevano non era spesso adeguata alle esigenze di chi ballava.
Per essere precisi, non sto dicendo che il blues non si balla, ma che lo studio fatto dai ballerini partendo da quelli che possiamo definire ritmi tradizionali, non incontrava spesso conforto in repertori fortemente personalizzati e distanti dalle cose sulle quali loro si erano esercitarti (shuffle, lenti ecc).
Quindi se da un certo punto di vista questo faceva onore al musicista dall’altro rendeva la vita difficile al ballerino. Senza contare i brani con gli stop.
Da qui il mio pensiero che una scaletta impostata per ballare dovesse avere, pur rimanendo nei binari del blues, una serie di accortezze per essere funzionale. Gli esempi non mancano per fortuna, tutto il blues da Juke joint da Frank Frost a R.L. Burnside rappresenta un giacimento di perle in questo senso.
A questo si aggiunge che i ritmi tradizionali devono essere eseguiti con cognizione di causa. Lo shuffle deve essere uno shuffle per funzionare e deve essere fatto come si deve. E quelli che lo sanno fare sono pochi.


